Il silenzio oltre gli accordi è forte. Trapassa le mura e sconfina nel mare. Sempre lui. Ancora lui. Nuovamente presente a misurare aderenze e distacchi. Come un lenzuolo di lino grezzo, antico e spesso. Come un cordone ombelicale mai seccato. Mai bruciato sulla fiamma della cucina all’ora giusta. Come questo odore di incenso che, in questa parte di tempo, satura bocche, pentole, cuscini, libri, pistacchi, viscere.
Siamo di fronte. Tu e io. Anima contro anima. Dolore contro dolore. Amore contro amore. Pozzanghere calpestate, tuttora lucenti, nel fondo di tutta la sostanza del cosmo. Le cicatrici del passato affiorano a pelo d’acqua. Non fanno più male. Sono souvenir di passaggi obbligati che ci hanno regalato un conto aperto a cui attingere resistenza. Le fragilità non sono state spazzate via. Si sono rivestite di cera e forza. Abbiamo scelto di non soccombere. Ci siamo aggrappati al palpito della vita. Simili a embrioni che si quietano al ritmo della placenta pulsante. Il tuo passato contro il mio passato. Sospiri laboriosi. Complessi e semplici, circolano nel metro che ci disunisce. Di nuovo il mare. Sta adagiando tra noi profumo di zagare. Un pensiero stupendo per questa notte speciale e ancestrale. La musica, travolta e annullata dalle percezioni, dall’assenza delle voci, si ripresenta soave a stupirci. E’ un invito, un appello della potenza generatrice, un’inserzione appropriata. Un richiamo che ci trascina con sé. L’estensione di divagazione profonda si sospende nel linguaggio visivo. Nelle mandorle scure e magnetiche che intessono lunghi discorsi senza onde sonore. L’ora è giunta, inevitabile. Rimandata, desiderata, assaggiata senza fretta. Percorsa a lungo con stupefazione, sprovvista di pretese inutili. Allarghi le braccia per stringermi sul tuo petto. L’accoglienza è totale.
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Postato alle ore 16:33 |
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Solo il buio poteva ancora coprirci ed il silenzio, intervallato da qualche sussurro non era che uno sfondo, sul quale le ombre si divertivano a disegnare i nostri profili imperfetti. Guardami, allora pensavo. Guardami, ma non riuscivo a dirlo e, nell’incapacità di dare un volto diverso alle labbra che mi succhiavano la pelle, chiudevo gli occhi e provavo a non immaginare i tuoi respiri.
Così lasciavo che il venefico sapore della mia nudità si mescolasse all’ibrido sentore del tuo sudore e, in un oblio fatto di carne e sangue, scivolavo fino in fondo, per riemergere laddove nemmeno i battiti erano più percepibili. In quell’ anfratto, in quella dimensione mentale, la violenza che imponevo alle mie membra diventava primigenia innocenza e l’ardore, tramestio incostante avvertito nell’addome, s’involava come purpurea nebbia, nell’incontaminata circostanza di una notte attonita e senza stelle.
Ma quando mi abbracciavi, la consistenza reale di ogni tua parte, la riconosciuta essenza, tramortivano le fughe e, come una preda braccata e stanca, mi prostravo alle tue labbra imploranti, ai tuoi sorrisi morenti. Perchè sapevo che eri agonizzante. Lo leggevo nei tuoi sguardi, in tutte le tue frasi, in ogni piccola carezza che con ostinazione cercavi di spingere oltre la coltre ostile della mia anima vuota. E in virtù di quell’amore malato, restavo, ma nei miei sogni scappavo; e annegavo, ma nelle tue braccia nuotavo. Se avessi voluto salvarti, avrei tollerato l’ inettitudine verso i miei delirii, il tuo compiacimento per la mia solitudine, lasciandoti credere che impossessarti del mio corpo equivalesse a conquistare la mia mente. Ma, distillando le gocce di un pietosa resa, sentivo i lamenti dei tuoi sospiri affranti. Amami, supplicava il tuo cuore. La crudeltà di quella notte, però, aveva attutito ogni residuo scalpitio delle emozioni e, se mi volto a guardare, con gli occhi di adesso, in uno specchio deformante, le mie insuperate debolezze, riconosco che c’era un tempo in cui d’amore ho lasciato morire e per amore non ho voluto amare.
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Postato alle ore 16:31 |
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Non posso non scrivere un libro, un romanzo o un racconto su di te. Cioè, magari non su di te... ma ispirato a te, dettato da te. Sono stato fesso a non chiederti di uscire, o a non chiederti almeno che cosa facevi quella sera. Allora, adesso, mi sento un rammollito. Uno stanco. Sto per invecchiare senza aver goduto di alcuna giovinezza.
Nel tuo sguardo si riflette il mare. Ce l’ho ancora davanti (non il mare…) e penso che avrei dovuto… sarebbe stato meglio… ma non è più facile esporsi. E tirarsela non è mica uno scherzo. C’ha i pro e i contro. Ma io mica me la tiravo. Volevo solo difendermi: difendermi da un altro possibile, eventuale no. Sì, però, è vero che una volta c’era anche tutto un altro modo d’esporsi. Certo che, Sabrina, mica scherza il tuo ricordo, l’istantanea di un momento, di alcuni minuti, di qualche attimo. Ed eri pure tornata! Credevo mi lasciassi lì come un fesso… Ma niente, non mi movevo… troppi libri, troppa musica, forse, la vita passata ad assimilare senza agire… abbiamo pure un punto in comune, forse può proprio darsi anche più di uno… probabilmente…
Ma penso a me, invece chissà che delusione per te. E poi, per salutarti, ti ho preso la mano e per sbaglio t’ho sfiorato il seno. Chissà cos’hai pensato, oppure se ti sei accorta dell’innocua sbadataggine. E te ne sei andata via seria, mentre prima non t’avevo mai visto senza il sorriso, senza una risata che uscisse dalle tue labbra…
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Ti renderò noti i miei pensieri. Su e non su di te. Ascolterò la musica che ascolti te. Andrò ai raduni a cui parteciperai. Vedrò il tuo sguardo in chiunque altra e ogni volta che penserò al mare penserò a quello dei tuoi occhi, a te.
Postato alle ore 16:30 |
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